Ci sono delle cose che entrano nella nostra testa, nelle nostro modo di pensare e di vedere il mondo. Cose che non sappiamo, cose di cui non ce ne rendiamo conto essere assolutamente prive di fondamento. Cose che crediamo essere vere solo perché chi ci sta intorno dice che è così, la televisione dice che è così, anche il piccione viaggiatore ci porta piccoli messaggi con scritto “è così” non ci si può fare niente.
Io che per natura combatto contro i mulini a vento e manca poco per farmi internare vorrei togliermi qualche sassolino dalla scarpa e sostenere alcune mie tesi strampalate.
Punto a) Grasso è bello. No. No no no. Non è così. Per una serie di motivi. Stilisti e televisioni hanno parlato tanto sulla necessità di mettere di non mostrare più modelle semianoressiche e vallette senza forme. Ci hanno convinti di questo. Qualcuno però non li ha avvertiti che essere stramagre con due bocce da quarta abbondante non significa essere grosse. Proprio per niente. Significa soltanto che si è stramagre con due bocce da quarta abbondante. E a te non rimane altro che incazzarti con madre natura per la mancanza di equità. Come se non bastasse, a dimostrare la tua tesi capita una giornata preparata proprio ad hoc che ti permette di attaccarti alle pale dei mulini a vento mentre girano a velocità impressionante. Ti capita di uscire per negozi con una conoscente. Una ragazza di trent’anni alta venti metri più di te, con un figlio di otto mesi. Magra. Con due bocce tante e un ventre strapiatto del tipo ma sto bambino dove lo teneva in gravidanza? Forse aveva una borsa Luis Vuitton molto capiente. Probabile. Ti capita di andare da H&M insieme e di vedere una serie di vestiti alquanto strani che appena vedi fai il segno della croce perché già sai che indossarli significherebbe travestirsi da tubero per carnevale. Poi vedi quella sottospecie di vestiti indossati da lei. Dalla ragazza di trent’anni alta venti metri più di te, con un figlio, magra, ventre piatto e due bocce tante. Quando vedi non credi ai tuoi occhi. Quegli anatroccoli di vestiti sono diventati cigni. Com’è possibile? Solo due minuti fa erano straccetti pronti a pulire i vetri delle finestre. È possibile. Solo se sfati il mito del “Grasso è bello” e ti appelli alla sacrosanta verità del “Altezza mezza bellezza”.
Punto b) Bella la nuova Cinquecento peccato costi troppo per quello che è. Lo sento dire da un anno e sei mesi. Non da chi ha comprato una semplice scatoletta giapponese. No. È un commento riservato ai possessori di Mini e di Ypsilon. Per loro è un must. Come se la loro macchina fosse grande come un Suv ed economica come una scatoletta giapponese. Proprio per niente. Né la Mini né la Ypsilon sono più economiche della mia Cinquecento. Anche gli spazi sono praticamente identici. Con la mia Cinquina faccio comodamente la spesa, ci metto anche le valigie per andare in vacanza. Non ha alcun limite. In più rimane sempre la macchina più bella che esiste. Quando dai parcheggi mi guarda con quegli occhietti tondi che sembrano parlarti vorresti accarezzarla e dirle che le vuoi bene. Quindi signori e signore se sento ancora qualcuno dubitare del valore della nuova Cinquecento gli spacco le braccine. Uomo avvisato mezzo salvato.
Punto c) i pantaloni indossati dalle donne sono il simbolo dell’emancipazione femminile. È vero. Lo ammetto. Anche se. Anche se…pure la macchina a vapore è stata considerata il simbolo dell’innovazione. Duecento anni fa. Sinceramente oggigiorno in giro non vedo nessuno guidare una macchina a vapore. Vedo solo ferri da stiro a vapore. E credo che questo non sia né un grande segno d’innovazione né di emancipazione. Dunque? Dunque la macchina a vapore ha permesso di arrivare a innovazioni molto più grandi così come i pantaloni indossati dalle donne hanno permesso di estendere l’emancipazione femminile all’acquisizione di importanti diritti e alla conquista delle pari opportunità. Ma allora perché noi donne indossiamo ancora tanto i pantaloni? Qualcuno dice che sono più comodi della gonna. Io non penso sia così. La gonna è di gran lunga più comoda del pantaloni e penso che se un uomo provasse il piacere di indossare la gonna per una settimana consecutiva acconsentirebbe alla mia tesi e brucerebbe tutti i pantaloni in suo possesso in nome dell’emancipazione maschile. La gonna, a pari merito con Pompea “non stringe e non stressa”. D’estate è traspirante, d’inverno tonifica i muscoli delle gambe. La gonna ti fa sentire più bella e più donna. Ma allora perché le donne indossano ancora tanto i pantaloni? La risposta è semplice. La depilazione continua è un grande rompimento di palle.
In alcuni comuni ci sono state anche le votazioni per le Comunali. Nel mio Comune è stata una scelta d’obbligo perché il sindaco uscente è miseramente fallito come il passato governo Prodi per colpa di una specie di Mastella dei poveri. Che poi la differenza tra Parlamento e Comune è davvero molto sottile. Le dinamiche sono sempre le stesse. La guerra è sempre agguerrita (non poteva essere altrimenti). La percezione dell’odio tra partiti è accentuata. Le liti sanguinarie le vedi dal vivo e non filtrate dalla televisione. Devo ammettere che mi ha divertito molto vedere i vari candidati sindaci cercare di accaparrarsi voti con il sorriso stampato sul volto. Mi ha fatto abbastanza pena, invece, vedere persone candidate a Consiglieri Comunali iniziare a salutarti e a chiederti come stai quando precedentemente non sapevano neanche il tuo nome, solo per riuscire ad avere il voto di preferenza nella scheda. Tristezza.
Insomma il mio paese era tempestato di cartelloni con le facce dei cinque candidati sindaci. E i relativi slogan. C’era del talento dietro quelle campagne elettorali. Quella che mi ha colpito di più è stata la foto di un candidato in mezzo alla campagna con una camicia bianca intento a rimboccarsi le maniche. Bella. Peccato si trattasse di quella specie di Mastella dei poveri. Forse era una promessa. Si sarebbe impegnato a mandare tutto in malora. Può essere. Poi c’era lo slogan di un candidato donna di giovane età, una fotografia straritoccata al computer e lo slogan “Il Sindaco a cui puoi dare del TU”. Il fatto che poi nella realtà sia un tipo che se la sente solo lei, quello è un piccolo dettaglio a cui il grande esperto di comunicazione che le ha fatto lo slogan non ha proprio pensato. Magari se l’è scritto da sola dato che ha fatto la mia stessa specializzazione di laurea. Non ha imparato molto bene la ragazza. Io invece…
Non solo il paese sembrava lo studio di Art Attack, ma negli ultimi giorni aveva assunto le sembianze di un immenso campo ROM. Camper sparsi ovunque con le gigantografie dei candidati. Di tutti i candidati. Tutti tranne quello di Lega Nord. Per essere in linea con i valori del partito. Mi sembra giusto. La coerenza prima di tutto.
Ci sono stati milioni di tentativi per boicottare un candidato piuttosto che un altro. Volantini diffamatori, passaparola di un passato poco dignitoso, insomma di tutto e di più pur di riuscire ad arrivare all’obiettivo finale. Diventare sindaco del mio bel paesello. Chi avrebbe vinto lo si sapeva dall’inizio. Non per qualcosa semplicemente perché era l’unico partito di destra contro ben quattro partitelli di sinistra. Unirsi sarebbe stato un peccato. Perché vincere quando si può benissimo perdere? Sacrilegio.
Dopo guerre sanguinarie, comizi di piazza, altoparlanti urlanti “Cittadììììni”, e tante belle facce rimesse a nuovo, sono giunti i giorni delle elezioni e quello dello spoglio delle schede. Rappresentanti di lista sparsi ovunque. Appostati in zone più che strategiche della scuola. Sorriso stampato. Consigli su come votare. Ti offrivano il loro braccio per accompagnarti comodamente al seggio in cui avresti dovuto votare. Ed erano felici. Come non mai. Il loro contributo al voto l’avevano svolto. Mancava solo la parte più critica. Quella dello spoglio. La fase più cruda della guerra. Quella in cui si presentano tutti impettiti, vestiti e truccati alla Rambo e la garanzia di scrutare ogni singola scheda con uno speciale laser appositamente brevettato per l’ultimo “Mission Impossible”.
Dopo urla e strappamenti di capelli vari eccoci giunti al verdetto finale. Chi doveva perdere ha perso. Chi doveva vincere ha vinto. Le leggi delle probabilità sono state confermate. Il nuovo sindaco è stato eletto. I perdenti sono tornati a casa con la coda tra le gambe e il nuovo sindaco ha stretto la mano a tutti. Sia ai belli che ai brutti. Dopo anni e anni di giunta comunale palesemente di sinistra si è insidiato un sindaco di Destra. Di Lega Nord per essere precisi. E a questo punto della storia non mi resta che dire…e vissero tutti felici e contenti. Tra ronde cittadine, colpi di cannone e rose canute.
Anche quest’anno non potevano mancare le elezioni. È un appuntamento fisso, guai a mancarlo. Anch’io non potevo mancare. Ho fatto la scrutatrice. Non ho seguito molto la campagna elettorale ma da quel poco che ho visto mi sono fatta qualche idea. Giusta o sbagliata che sia sempre di un’idea si tratta quindi siate clementi e acconsentite insieme a me.
Ho visto Berlusconi bello come il sole, con quella sua lieve abbronzatura perenne, il suo sorriso smagliante e il lupetto nero sotto la giacca nera. L’ho visto impettito ed orgoglioso. L’ho visto sui giornali. Qualche volta sui quotidiani ma soprattutto sulle riviste scandalistiche. Mi piace questo nuovo modo di fare politica. Dopo Clinton con la segretaria e Sarkozy con la bella Carlà non poteva certo mancare il nostro amato premier con la sua “nipotina acquisita” ed altre bellezze della televisione italiana. Mi ci sono appassionata come a CentoVetrine. Guai perdersi una puntata. Guai non vedere come finisce. Guai non dare il tuo contributo all’Happy End: Berlusconi al Parlamento Europeo. Il nesso tra voto politico e scappatella non è molto evidente. D’altronde ho anche difficoltà a trovare quello tra programma politico e telenovela all’italiana. Forse sforzandomi prima o poi lo troverò. Non temete signori e signore.
Ho visto Franceschini. Per par condicio. Mi è piaciuto molto. Sera dopo sera è riuscito ad alimentare il mio odio verso il Berlusca nazionale. Con che foga s’indignava sfogliando le pagine delle riviste scandalistiche. Con quale veemenza denunciava la situazione del Processo Mills. Con che entusiasmo si limitava a dire che il Partito Democratico è bello e buono e il Popolo della Libertà è brutto e cattivo. E cosa potevamo fare noi italiani, votare il brutto e il cattivo? Da quando in qua ci si mette dalla parte dell’antagonista? Mai. Qualche tentennamento l’abbiamo potuto avere solo con Luca Ward in Elisa di Rivombrosa, ma poi quegli occhioni così belli del Conte Ristori ci hanno riportato sulla retta via. Confesso che il nesso tra gli occhioni azzurri di Preziosi e gli occhietti vispi di Franceschini è abbastanza labile. Quasi nullo. Ma sempre occhi sono. Vogliamo metterci a disquisire su questo? E su che cosa altrimenti? Non mi sembra abbia parlato d’altro il leader dell’opposizione.
Ho visto Casini. Quell’uomo per me è una certezza. È la dimostrazione del detto “Tra i due litiganti il terzo gode”. C’è sempre. C’è chi vince, c’è chi perde e c’è Casini. PD e PDL si tiravano i capelli, calci nel sedere, sgambetti e Casini se la rideva comodamente seduto con in mano una confezione di Pop Corn. Questa volta il nesso tra cinema e Casini è alquanto evidente. Lo vedo molto bene come medico ad ER Medici in Prima Linea con un bel camice bianco gridare “Defibrillatoreeeeeeee!”
Ho visto Di Pietro. Buono buono quatto quatto sta trovando la sua identità di partito. La sua isola che non c’è. O l’isola perduta. Quella che gli italiani stanno cercando in mezzo a questo casino di politici. Se non ce la fai più alle telenovele di Berlusconi e ai psicodrammi di Franceschini hai l’alternativa Di Pietro. Un voto una speranza. Il grido dei bambini di Peter Pan “Io ci credo nelle fate” per non far morire la povera Campanellino. Parlando di nessi vedere Di Pietro fare il Pubblico Ministero in un processo contro Capitan Uncino non mi dispiacerebbe.
Poi ho visto altre facce. Qualche comparsata. Ogni anno gente nuova. L’economia deve girare anche in politica. Ho visto un tizio della lista Emma Bonino a Matrix. L’ho visto più volte. Inveiva contro il povero Alessio Vinci. Gli faceva fare la figura dell’inetto. E il buon Vinci taceva. Taceva e sorrideva. Il Tizio gli dava del deficiente e il Vinci incassava. L’ultima ieri sera. Cazzarola Vinci parla, dì qualcosa. Tanto quel posto non rimarrà tuo ancora per molto. Fatti valere almeno tu in nome di tutti gli stagisti del mondo. Dai, dacci una speranza, facci capire che non dobbiamo per forza essere tappetini per riuscire ad ottenere un misero contratto sottopagato.
Questo è tutto ciò che ho visto. Bello o brutto che sia stato mi ha tenuto compagnia in queste lunghe giornate da disoccupata. Il bello è che nessuno dei politici ha mai neanche menzionato la parola “Lavoro”. Meglio così, almeno mi sono distratta dai miei pensieri.
Le uscite con le amiche dovrebbero farti passare una giornata in assoluta spensieratezza ed invece per me sono un vero tormento. Specialmente se queste amiche hanno un lavoro gratificante, che le permetta di fare tante nuove esperienze e di avere uno stipendio più che ottimo. La parola “specialmente” da me inserita all’inizio della precedente frase non è assolutamente sintomo di invidia. Lungi da me essere invidiosa di qualunque mia amica o nemica. La parola “specialmente” è semplicemente il sintomo di una premonizione. Prima di uscire già sai cosa ti aspetta da quella giornata e ti prometti di mettere le cose in chiaro fin dall’inizio. Fin dal saluto. Pensi che le dirai “Ciao bellissima mhua mhua (bacini) come stai? Io bene possiamo non parlare di lavoro oggi? O quantomento del mio inesistente? Grazie cara, lo sai che ti voglio bene” e dopo questa stupenda fase detta tutto d’un fiato improvvisi un sorriso a duecentonovantacinque denti indicatore del tuo stato di felicità nonostante durante il giorno tu non faccia un cazzo a parte vedere Beverly Hills, andare in palestra e fare Sudoku diabolici. E allora, di fronte al tuo stato di felicità disarmante come potrebbe la tua amica solo pensare di trasformare quel sorriso smagliante in una faccia imbronciata per parlare di lavoro?
Cari ragazzi è proprio qui che vi sbagliate. Ed è proprio a questo punto che mi sbaglio anch’io. Perché la mia amica non solo pensa intelligentemente al mio stato di disoccupazione ormai permanente, ma ha addirittura il coraggio di iniziare a parlarne. Dopo saluto e bacini c’è la domanda fatidica “allora novità?” e c’è la mia risposta inequivocabile “No cara, non sono incinta, ti sembro ingrassata?” e la risatina d’accompagnamento. Dai scema, intendevo per il lavoro. Ah, che stupida che sono, non ci avevo proprio pensato. No, niente. Ma ti dispiacerebbe se non ne parlassimo? Non vorrei entrare in uno stato di depressione e rovinarci la giornata insieme. È da tanto che non ci vediamo, cos’hai fatto di bello? Bene Chiara sei stata sincera e delicata fin da subito. Ora ti senti un peso in meno e sei sicura che ti divertirai.
Si Chiara sei sicura. Sicura come la certezza che hai di trovare lavoro. Ovvero inesistente. Perché dopo due rapidi minuti, nonché centoventi inesistenti secondi ecco arrivare la batosta che ti rovinerà irrimediabilmente l’uscita con la tua cara amica. Eccola lì la domanda. Quella che più odi. Quella che le tue orecchie non vorrebbero mai ascoltare. Quella a cui risponderesti come una vecchia comunicazione sociale di pubblicità progresso – mettendoti le mani alle orecchie e blaterando con la bocca “bah bah bah bah bah bah bah” – sì, credo renda l’idea. La domanda è “Ma come è possibile?”. Caspita e dire che in questi mesi non ci ho proprio mai pensato a come sia possibile il fatto che io non trovi ancora uno straccio di lavoro. Che strane coincidenze la vita, ne avevo proprio bisogno di sentirmelo chiedere, giusto per darmi una risposta ad un piccolo perché. Come è possibile che una laurea triennale, una specialistica e un master non siano serviti a un beato nulla. E neanche due anni di duro lavoro quasi completamente a gratis. Come cazzo è possibile? Come è possibile aver mandato non so quanti curricula – diciamo che ormai il mio numero di cellulare è più famoso di quello di Moggi – abbia fatto solamente due miseri colloqui. La risposta quindi nasce molto spontaneamente “Purtroppo non saprei cosa risponderti”. E allora non è che come tutti i normali cristiani iniziate a parlare del tempo, dell’estate che sta arrivando e di tutte le normali stupidaggini di cui due amiche parlano per svagarsi. No, ma va, perché sperare. Il macigno deve anche arrivare dritto dritto sulla tua testa, pronto a spaccarti l’osso del collo e a farti stramazzare al suolo senza pietà. Sì, perché lei non contenta ti dice “Caspita ma io conosco una ragazza che ha trovato uno stage retribuito alla ***** (Azienda multinazionale di beni di lusso) e poi è stata assunta, e un’altra ragazza che è stata assunta alla ***** (nota agenzia di pubblicità).” E la frase non finisce qui. Ora arriva il bello. Rullo di tamburi. “Io credo che tu stia sbagliando criterio di ricerca”. Cosa cosa cosa? Cosa sto sbagliando io? Criterio di ricerca? A parte il fatto che ormai potrei dire che da quando sono a casa ad oggi avrò mandato il curriculum a tutte le aziende presenti sul suolo regionale. A parte questo. Ma vorrei proprio sentirlo qual è il criterio di ricerca giusto. Insegnamelo almeno inizio a lavorare. Preferisco non rispondere. Improvviso una risata isterica. E taccio. Taccio ascoltando un altro assennatissimo consiglio “Dovresti emigrare all’estero, avresti più possibilità, oppure a Roma o da altre parti di Italia. Alla fine chi l’ha detto che dobbiamo essere noi provenienti dal resto dell’Italia a venire a Milano, dovrebbe succedere anche il contrario”. Beh certo. Mi sembra giusto. Il ragionamento non fa una piega. Ci sarà un motivo se da tutta Italia la gente viene a Milano o no? Ma anche Milano ormai è piena e allora perché non facciamo che ognuno se ne resta a casa propria al posto di scambiarci città?
"Son d'accordo con voi,
non esiste una terra
dove non ci son santi né eroi
e se non ci son ladri,
e se non c'è mai la guerra,
forse è proprio l'isola che non c'è
... che non c'è."
"L'Isola che non c'è" di Edoardo Bennato
Entusiasmante e coinvolgente. Solo due parole per descrivere questo musical. Detto da una che non ha mai visto il musical di buon occhio non è male. Saranno state le musiche di Bennato a farmi ritornare bambina o le bacchette magiche a darmi nostalgia. Non si sa.
Un musical adatto a tutti, grandi e bambini. In alcuni tratti ironico al punto giusto. In altri fiabesco. In altri ancora semplicemente divertente. C'è stato un altissimo coinvolgimento del pubblico da parte degli attori nel corso di molte scene. Diciamo che il capo indiano alto circa due metri con tutto il corpo oleato, addominali e bicipiti da farti star male, che mi è passato vicino per raggiungere il palco non mi è proprio dispiaciuto. Ma proprio per nulla. Anche la bacchetta magica ha avuto il suo perchè. Il suo gran perchè. Già la conoscevo dall'anno scorso la famosa bacchetta magica consegnata dalle Pan di stelline prima dello spettacolo per aiutare Peter Pan a salvare Campanellino nel corso della storia. In tema di comunicazione era stata considerata da molti una bella pensata. E così durante lo spettacolo tenevo tra le mani quella simpatica bacchetta e ascoltavo Peter Pan dire "Coraggio, aiutatemi a salvare Campanellino, alzatevi in piedi e gridate tutti Io ci credo nelle fate! Io ci credo nelle fate!". Ho temuto nella morte di Campanellino quando non ho pronunciato la fatidica frase. Ma altri hanno urlato al posto mio e credo che Campanellino se la sia cavata con un pò di cagotto. E che cos'è il cagotto in confronto alla morte?
Gli attori sono stati tutti molto bravi. Capitan Uncino mi è piaciuto particolarmente. Anche Peter Pan e Wendy. Un cast ben scelto. Le canzoni fantastiche. Sarà che Bennato mi è sempre piaciuto.
I significati. Beh di significati se ne potrebbero trovare molti e nessuno. E' una fiaba viviamola per quella che è. Per due ore mi sono sentita in un'altra dimensione. Che non c'è.
Insomma se avessi avuto un bambino l'avrei sicuramente portato a vedere lo spettacolo perchè il teatro ha sempre una magia indescrivibile, perchè le fiabe qualcosa da insegnarti ce l'hanno sempre e poi non so per quale altro motivo. Ho solo pensato che per un bambino sarebbe stata un'esperienza di sicura trasformazione in un piacevole ricordo in futuro.
Dopo mesi e mesi di lunga latitanza eccomi qua a scrivere.
Hai finalmente riparato il computer? Mi chiederete voi con enorme curiosità. No vi rispondo io con grande nonchalance.
Ah, hai comprato un pc nuovo? Mi chiederete voi sempre più appassionati alle mie vicende informatiche. No vi rispondo io con un pizzico di vergogna.
E anticipo tante altre risposte a domande che sicuramente non fareste ma che sono sicura sotto sotto vi incuriosiscono come l'eliminazione di uno di quelli di Amici di Maria de Filippi al serale del mercoledì.
Non ho ancora un benedetto computer per alcuni semplici motivi. Primo fra tutti sono veramente in bolletta, quindi dovrei sperare nella magnanimità dei miei genitori che continuano a mantenermi. Ma mio padre dice di pazientare. Dice che sta aspettando l'occasione giusta per prendere un bel pc degno di essere maneggiato dalla qui presente disoccupata fino a data da destinarsi. E allora io aspetto. Perchè in fondo a cosa lo uso un pc se non per passatempo e per esprimere le mie elevate ed incomprese doti di piccola scrivana fiorentina? Dunque elemosino un'oretta di sana tecnologia alla settimana di qua e di là. In un'ora mica posso fare troppo al computer dunque ho selezionato le priorità e purtroppo il blog è in penultima posizione. L'ultima è tgcom. Sono messa proprio male lo so. Cosa farò mai durante quell'appuntamento settimanale della durata di un'ora senza spazi pubblicitari? La risposta più ovvia non può essere che una. Invio curriculum. Anzi curricula. Come giustamente mi è stato insegnato.
Come avrete capito non ho ancora un benedetto lavoro per alcuni semplici motivi a me ignoti ma che ormai usa definire CRISI. Ho fatto un solo colloquio in tre mesi e come potrete ben immaginare non è andato bene. In realtà era andato bene perchè avevo passato tutti gli step. Tutti tranne l'ultimo. Quello decisivo. Evvai. Questi momenti uso definirli con una sola parola: CRISI. Ma non quella dell'economia. Non quella della curva di un grafico il cui punto minimo arriva dritto dritto al centro della terra. No. La mia crisi. Quella che mia madre ha giustamente portato all'apice pronunciando la seguente frase "Chiara, ma perchè da quel curriculum non togli la laurea specialistica, il master e qualche esperienza lavorativa?". Affermazione interessante. Alla quale sono riuscita a trovare una sola motivazione: CRISI. Non quella finanziaria. Ma quella di mia madre. Che credo si sia aggiunta alla mia.
Quindi cari ragazzi vi lascio con queste righe di CRISI e con un compito per casa da consegnare entro la prossima volta che ritornerò a scrivere. E' un compito per casa a sorpresa perchè non so quando sarà la prossima volta che tornerò a scrivere. Forse quando avrò trovato lavoro. Forse quando avrò comprato un pc nuovo. O forse quando sarò stata in grado di praticare un massaggio cardiaco con successo al mio caro vecchio pc. Non si sa quando. Comunque entro tale data chiedetevi perchè cazzo non trovo un misero lavoro. Ricordatevi che CRISI è la risposta sbagliata. Sempre.
E' diventato un tormentone. Tutte le persone che conosci sono iscritti. Tutti tranne pochi inetti. Me medesima. Inetta. Ovunque c'è un computer trovi una persona letteralmente ipnotizzata da quel demone di Facebook. Ovunque dove non c'è un computer trovi una persona che ti parla di Facebook con sguardo ammaliato, perso e innamorato. Ovunque dove non c'è una computer e neanche una persona ma ci sei soltanto te, piccolo essere pensante, il pensiero che cazzo c'avrà Facebook di così fantastico e supremo e divino proprio non lo so. Ovunque dove non c'è un computer c'è qualcuno che ti fa la domanda fatidica. Quella che non vorresti sentire mai più. Quella che ha sorpassato di gran lunga la frase "Hai venticinque anni? Mamma mia sembri molto più piccola!". E lei: la domanda "Ma quando ti deciderai a iscriverti a Facebook?". Voglio essere sincera e ammettere che la lotta tra le due frasi è davvero dura. Durante la settimana è in vantaggio quasi sempre la prima. Nel fine settimana raggiunge il podio l'inesorabile Facebook.
Durante la settimana è in vantaggio la prima solo perchè c'è la rompipalle della reception della quasi ex azienda per cui lavoro che ogni mattina da sei mesi a questa parte esordisce così: "Ma Buongiornooo Biiiimbaaaa". Con quel tono di voce tipico di chi parla ad un bambino di due mesi che non capisce una beata mazza del mondo che lo circonda. Il mio sguardo da sei mesi a questa parte è inequivocabile. A parte il fatto che questo buongiorno ti fa iniziare la mattinata con una voglia di mandare a cagare la gente a destra e manca. A parte ciò, la frase merita un +2 punti nella categoria "sembri più piccola" per essere riuscita a sintetizzare in maniera esauriente ed efficace il concetto di fondo.
Devo però precisare che da domani non sarà più possibile donare questi +2 punti a gratis alla categoria "Sembri più piccola" perchè la qui presente stagista a vita avrà acquisito il titolo di disoccupata a data da destinarsi. Quindi la categoria "Orrore, tu inetta ancora non sei iscritta a Facebook. Noi mondo non abbiamo parole per commentare le tue scelte prive di intelligenza e di logica" si avvierà ad affrontare un salto di qualità non indifferente.
Quindi urge un profondo training mentale (preferibilmente non targato Nintendo DS) per affrontare discorsi su "mamma mia quanto è bello Facebook" e su tutte le caratteristiche mirabolanti di quel sito. Devo rimanere incorruttibile sulla bellezza di accettare e rifiutare nuovi amici. Sull'iscrivermi al gruppo "quanto è pazza Karina Cascella". Sul giocare a quei giochini che ti mandano a male. Sul reincontrare compagni di classe dell'asilo, delle elementari, delle medie, superiori, università1, università2, colleghi di stage1, colleghi di stage2, colleghi di stage3, vecchi amici della tua compagnia di quando eri adolescente, passati spasimanti, passati rimpianti e chi più ne ha più ne metta. Incorruttibile. Punto.
Non ci sono ma. C'è solo un anche se. Anche se ritengo che rifiutare nuovi amici sia la parte più ricca di soddisfazioni. Quasi come bloccare alcuni dei tuoi contatti su messanger. Malefico. Ma positivo. Che poi la curiosità ti viene. Se mi dovessi iscrivere chissà chi ti contatterebbe. Cioè un giorno uno si sveglia. Accende il computer, lo lascia caricare, clicca sull'icona di Internet Explorer o Firefox, e va su Facebook. Piccola precisazione: i più malati avranno sicuramente il sito impostata come pagina iniziale. E secondo me non sono pochi. Beh insomma, va su Facebook e pensa. Cosa faccio oggi? Scrivo in bacheca. Mi faccio due chiacchiere con Pinco Pallo che oggi mi sembra più Pallo che Pinco e che ieri mi aveva invece dato l'impressione di essere più Pinco che Pallo e glielo faccio notare. Dopo ore e ore di pensieri e di dialoghi, gli verrà in mente...chi posso inserire oggi tra i miei amici? Ma quella lì, come si chiamava, quella che sembra più piccola, ah sì Lakiki ci sarà su Facebook? E allora mi cercherà. E allora nella mia classifica tra categoria A e categoria B ci sarà una X palla al centro.
La curiosità c'è. Soprattutto di conoscere il profilo delle persone che frequentano Facebook. Fino a qualche tempo fa ne avevo un'idea. Ora credo che in fondo rispecchi lo stesso profilo di persone che frequentano internet. Un mondo nel mondo. Un pianeta nell'universo.
E tanto lo so che prima o poi mi iscriverò anch'io. Lo so. E non va bene. Nel frattempo godiamoci il mio mondo normale.
Ieri sera ho preso un taxi per tornare a casa. Pagava l'azienda che tra una settimana mi lascerà a casa. 65 euro. io li avevo avvertiti che abito lontano. Loro mi hanno detto che prendere la metro alle 11.30 di sera non è molto sicuro. Meglio prendere un taxi. Ho acconsentito. Contenti loro contenti tutti. Ho evitato la tachicardia a entrare in metropolitane semi deserte e a scrutare visi poco raccomandabili.
Mi sono concessa il piacere e il lusso di farmi portare a casa da un taxi. Mi sono sentita un pò come la protagonista de "Il diavolo veste Prada" solo che ancora non ho incontrato un collega gay disposto ad aprirmi le porte di un guardaroba infinito e firmato tutto a mia disposizione. Non che non avessi mai preso un taxi. La sera quando ero a Oxford era un must chiamare il taxi per tornare a casa. Ma lì i taxi sono folkloristici e ti sembra più di essere in una giostra a Gardaland piuttosto che in un'automobile. Un'altra volta un'amica di mia madre tassista è venuta a prendermi alla metro. Un'altra volta, nel mio precedente stage, dovevamo andare a vedere una sala convegni per un evento. Ecco. Le mie esperienze terminano qui.
Ho parlato quasi tutto il tempo con il tassista. Quando sono in macchina con qualcuno non riesco a stare zitta. Ho sempre paura che chi guida si annoi così inizio a parlare e non finisco più. Raccontavo. Facevo domande. Lui pure faceva domande. Del tipo ma dalle tue parti ci sono autovelox? Non lo so dipende. Rispondevo io. Ma dalle tue parti ci sono gli autovelox anche ai semafori? In alcuni sì. Rispondevo io. Ma anche se non ci sono preferirei non passare con il rosso. Aggiungevo. Ma dalle tue parti ci sono posti di blocco? Ma che cazzo di domande sono? Abito in un paese in provincia di Milano mica in un borgo ai confini del mondo. Così sono partita all'attacco io. Ma hai il navigatore? Sì rispondeva lui. Ma il tuo taxi va sia a gpl che a benzina? No rispondeva lui. Ma non è stressante guidare tutto il giorno per le vie di Milano? Parecchio rispondeva lui affranto e frustrato. Ho anche intravisto una nuvoletta accanto alla sua testa con la frase in neretto: "Ma che cazzo di domande sono? Lavoro a Milano mica in un borgo ai confini del mondo dove ad andarmi male dovrei sorpassare un carro di buoi."
In un susseguirsi di domande e di risposte, discorsi strampalati, commenti alla tizia della radio di RTL, il tachimetro viaggiava più di noi. Alla velocità della luce. Neanche il contatore del gas arriverebbe a tanto. Andavano via 10 centesimi ogni due secondi circa. E io rilassata ammiravo dal finestrino Milano. Con lo sguardo leggermente spento dalla stanchezza i miei occhi diventavano telecamere di Lucignolo. Il tassista era la voce di Lucignolo. E ci avvicinavamo a casa. E la mia mente ripercorreva i momenti della serata trascorsa.
Arrivata mi sono fatta fare la ricevuta. Altrimenti chi me li rida tutti quei soldi? Sarei potuta arrivare a Roma in treno. E avrei anche potuto fare una colazione abbondante in un bar del centro città. Dopo queste considerazioni - brevi ma efficaci - ho salutato. Buon lavoro e buona notte.
Il taxi è ripartito lungo una strada con divieto di accesso. Ops. Forse dovevo avvertirlo che ci sono le telecamere. Non l'ha mica capito che non abito ai confini delle colonne d'Ercole.
Sono fatta male. Lo so. Lo sanno anche molte delle persone con cui ho avuto la sfortuna di battermi. Forse loro l'hanno realizzato prima di me. Conta poco. L'importante è arrivarci.
Sono fatta male. Quando qualcuno mi dice qualcosa analizzo tutti i significati impliciti che potrebbero esserci nel discorso appena ascoltato. La mia mente elabora una serie di opzioni con una percentuale di probabilità. E magari alla fine significati impliciti non ce n'erano. Non sono mica tutti fatti male come me, che se inizio una discussione con qualcuno quel qualcuno può essere certo che dietro le parole che dico ci sono milioni di significati impliciti che desidero veicolare ma che non posso dire esplicitamente perchè l'etichetta me lo impone. Non è detto che quel qualcuno sia fatto bene. Ci tengo a sottolinearlo.
Sono fatta male. Mi viene dato da fare del lavoro mentre l'altra stagista si fa i fatti suoi. Quel lavoro da fare mi piace. Eppure mi fa incazzare. Per quale sconosciuto motivo dovrei impiegare parte del mio tempo e della mia materia grigia per aiutare un'azienda che tra tre settimane mi lascerà a casa? Eppure lo faccio. E la mia mente elabora le soluzioni migliori affinchè venga fuori un lavoro fatto bene. E più le soluzioni affiorano più il mio grado di incazzatura aumenta. E arrivo a fine giornata con una manciata di soddisfazione per il risultato, un pizzico di amarezza e due chili di incazzatura difficili da smaltire. Tutto questo mentre l'altra stagista ha passato sei ore al telefono con l'amica, la cugina, la zia, la sorella, la madre ed è pure riuscita a mettersi in contatto con la bis-nonna scomparsa anni ed anni fa. Le vie della Telecom sono infinite. Questa è invidia, mi dico. Non perchè è riuscita a mettersi i contatto con la bis-nonna. Ma perchè a me affidano mille cose da fare a lei no. Dovrei esserne orgogliosa. E invece no. Mi dà fastidio. Tra tre settimane lasceranno a casa lei allo stesso modo con cui lasceranno a casa me. Questa è invidia. Eppure il lavoro che ho svolto mi è piaciuto. E allora se le ore che ho trascorso ad usare il cervello mi sono piaciute perchè dovrei provare invidia per le ore trascorse a fare niente di un'altra? La risposta è una sola: sono fatta male.
Sono fatta male. Mi sto dannando perchè tra tre settimane non avrò più lavoro e allo stesso tempo sto pianificando il periodo di disoccupazione con mille uscite fancazziste da fare, con possibili esperimenti culinari e con l'acquolina in bocca penso al paradiso di svegliarmi quando voglio e andare a dormire quando mi pare.
Sono fatta male. Mi faccio quotidianamente esami di coscienza. L'ultimo che ho partorito è stato: ma chi l'ha detto che non ti assumono perchè sono in crisi? Non può semplicemente essere che non sei all'altezza delle loro aspettative ed hanno trovato la motivazione più dolce e più consona a metterti il cuore in pace. Può essere. Everything is possible.
Sono fatta male. Il mio cervello costruisce cose che non esistono e condiziona il mio modo di vivere. Urge formattazione.
"Lavorare sulla forza dei sentimenti è piacevole, soprattutto quando la scrittura ha questo tipo di eleganza leggera, veloce, brillante. Questo testo lo immagino come un caminetto che attraverso le sue fiamme contenute produce un piacevole sentimento di affetto in chi le guarda. [...] Sono dei termini, questi, che ogni qual volta risuonano producono un richiamo irresistibile nelle coscienze di chi li ascolta. Perchè? E' semplice: 'Fatti non foste per viver come bruti'. L'uomo può uccidersi insomma, ma fino ad un certo punto."
Alessandro Benvenuti
Domenica scorsa è proseguita la mia stagione teatrale 2008/2009 con Romantic Comedy commedia di Bernard Slade rappresentata per la prima volta a Broadway nel 1979.
Il Teatro Nuovo è molto grande e diciamo che dopo aver vissuto la magia del Teatro Studio questo mi è sembrato un pò freddo e troppo elegante anche se non ha nulla da invidiare a tanti altri teatri che ho avuto la fortuna di vedere.
La commedia è ambientata a New York, il protagonista è Jason (impersonato da Marco Columbro) un commediografo in crisi creativa nel giorno del matrimonio inizia a lavorare con Phoebe (impersonata da Mariangela D'Abbraccio) una giovane insegnante di provincia con il sogno di diventare scrittrice. Nonostante il colpo di fulmine lui si sposerà lo stesso e inizia così una sorta di relazione a tre. Quella con Phoebe è una relazione platonica che si complica nel tempo con la nascita dei figli di Jason e con il matrimonio di Phoebe. Dopo ben quattordici anni i due protagonisti riusciranno a realizzare di essere fatti l'uno per l'altra.
Jason e Phoebe scrivono e mettono in scena una commedia che passo dopo passo si rivela essere la loro vita. Phoebe subisce una trasformazione nel corso dello spettacolo, inizialmente è una ragazza di provincia poco abituata alla caotica vita della metropoli e alla crudeltà del mondo della critica. Successivamente, a seguito della messa in scena del loro primo spettacolo teatrale inizia a cambiare, dall'insuccesso scopre la realtà in cui vive e riesce a diventare alla fine una tipica donna newyorkese in atteggiamenti e modi di vestire. La frase che più mi ha colpito è stata "Le lacrime sono solo un'apparenza dell'emozione e non l'emozione per eccellenza" pronunciata da Jason quando ancora non vuole ammettere che l'amore che prova per Phoebe non è pura finzione teatrale ma la realtà dei suoi sentimenti.
Cos'altro posso dire di questo spettacolo. A tratti interessante. Anche se qualcosa non mi ha convinto molto. La scenografia mi è parsa troppo "ricca", le musiche troppo colonne sonore e troppo accompagnatrici tanto da farmi quasi pensare di vedere la televisione. Purtroppo Marco Columbro non mi è piaciuto molto per il semplice motivo che si mangiava troppe parole e alcune volte non riuscivo a capire frasi intere da lui pronunciate. Avrei anche gradito maggiore enfasi sul suo personaggio. Avrei voluto che Jason fosse impersonato da Alessandro Benvenuti, il regista, secondo me azzeccatissimo.