Inizia così la ricerca di lavori che esulano dal tuo percorso di studi ma che ti consentirebbero comunque di intraprendere la via dell'indipendenza e nel frattempo di continuare a cercare il posto dei tuoi sogni. Mandi ovunque, a destra e a manca. Non ti soffermi sulla posizione. Sei un dilettante allo sbaraglio di butti su qualunque cosa con la bava alla bocca. Sforbici qua e là il tuo curriculum, chiudi gli occhi, incroci le dita e inizi a sperare. Ti devi presentare tale giorno, a tale ora per un colloquio. Per quale posizione non si capisce. Al telefono sono molto telegrafici e te non fai domande, ti ricordi che sei allo sbaraglio. E quando sei allo sbaraglio le domande sono inutili come una pelliccia addosso ad una volpe.
Ti vesti. Un misto tra il casual e l'elegante. Del tipo jeans e camicia. Sorriso stampato e via. Arrivi sul luogo del delitto. Ti mostri tranquilla e sempre sorridente. Umile ma decisa. Ti chiedono di parlare di te. Dopo aver ascoltato finalmente raccontano in parole povere su cosa si basa il lavoro. È un lavoro di segratariato. Bisogna fare un pò di tutto dalla catalogazione dei prodotti alle fotografie, al dataentry. Di fronte a loro c'è il tuo curriculum con alcune parti cerchiate ed altre sottolineate. Mentre ascolti guardi con attenzione quali sono quelle parti del curriculum che più hanno scaturito il loro interesse. L'università. A quanto pare lo Iulm ha scaturito un buon effetto per il lavoro di segreteria. Bene. Ah il voto di laurea. Quel centodieci senza lode è una buona carta d'ingresso per questo lavoro di dataentry. Ah, la conoscenza delle lingue inglese e francese. Si va sul sofisticato per scattare le fotografie ai prodotti.
Ti parlano dell'aspetto economico e inizi ad essere felice. Già ti vedi con mille euro al mese più buoni pasto e ti senti ricca. Si apre una nuvoletta sopra la tua testa dove si può ammirare il tuo bellissimo portafogli viola custodire qualche banconota qua e là. È così che inizi a sperare e attendi il momento clou. Ti viene posta la fatidica domanda, come a scuola quando durante l'interrogazione ti viene chiesto la data di pubblicazione di un romanzo di un famoso scrittore. Ti viene chiesto "Conosci SAP?". SAP? Dunque, recentemente su facebook non ho richiesto l'amicizia a nessuno. Ora non ricordo i nomi di chi è mi è stato presentato ultimamente ma sono certa che nessuno si chiamasse SAP. Però non potrei giurarmi, mannaggia a me e al vizio di non ricordarmi il nome delle persone quando si presentano. È così che vengo a sapere che tale SAP appartiene alla categoria dei database. Piacere di conoscerti SAP io mi chiamo Chiara. Quanti anni hai?
Per ora non so nulla di te, perdonami, ma prometto che se mi concedi un pò di tempo potremo diventare amici di vecchia data. No SAP allo Iulm non mi hanno avvisato della tua esistenza. Sì, ho avuto centodieci senza lode nonostante non sapessi minimante chi tu fossi. Ci sarà un motivo se non ho ricevuto la benedetta lode. Mi spiace SAP nella conoscenza delle lingue straniere ho omesso la mancata conoscenza del tuo vocabolo. Perdonami. Ti assicuro che non è come sembra. No SAP non lasciarmi così, senza una parola di conforto. Grazie per il SAP di conforto. Ti prego SAP io ti voglio bene. Va bene SAP ti restituirò tutte le cose appena posso. Ma per favore lasciami la speranza che un giorno tornerai da me. Addio SAP è stato un piacere. E ricordati che amarsi significa non dover mai dire mi dispiace.
Concluse le struggenti parole d'addio con il mio amato SAP vengo riportata sul pianeta terra da quelle due simpatiche signorine che in un quarto d'ora mi hanno fatto comprendere il senso della vita. Il senso dell'inutilità dell'università, del voto di laurea, della conoscenza delle lingue ed il senso di SAP. Il colloquio continua con una nota di allegria, mi viene chiesto quali sono i miei hobbies, si fa qualche battuta qua e là e si termina con un'altra domanda. La numero dodicimilaquattrocentotrentacinque. "Saresti interessata a questo lavoro?".
Sarei interessata a questo lavoro? Certo che sarei interessata. Sarei parecchio interessata. Mi permettereste di iniziare a pensare al mio futuro. Vi darei l'anima. Lavorerei come una dannata. Non ve ne pentireste. Potrei fare tutti gli straordinari che desiderate. Imparerei ad usare il vostro amico SAP alla velocità della luce. Anche ad occhi chiusi se lo desiderate. Sarei felice di far parte di questa azienda. Già mi vedo al mattino vagare con la mia Cinquina per questo parcheggio immenso. Con la mente sto già percorrendo l'interminabile coda di traffico delle diciotto e affini. Sono entusiasta. Sorriso a duemila denti. Yeah. Se volete posso iniziare anche domani. Fatemi un fischio ed io arrivo. Anzi, guardate se lo desiderate stanotte rimango direttamente accampata qua vicino in caso di urgenze. Credo abbiano compreso abbastanza il mio entusiasmo. Io stessa potrei confenderlo con disperazione, ma continuiamo a chiamarlo entusiasmo. Tu chiamale se vuoi emozioni.
Il colloquio termina così. Stanno incontrando altri possibili candidati. Persone che sicuramente conosceranno SAP. Avranno un SAP per capello. O un amico come SAP. Meglio un SAP che un tesoro. Parlami di SAP e ti dirò chi sei. Chi cammina con SAP impara a SAPPARE.
Settimana prossima mi verrà data una risposta. Attendo con ansia. Nel frattempo inizio a pregare. E a sperare. Penso che possa essere una grande occasione per me. Che me lo possa meritare. In fondo non devo elemosinare nulla a nessuno. È un lavoro. È un diritto sancito dalla costituzione italiana. Ce la posso fare. Non ho niente in meno di tante altre persone. Eppure. Eppure passa il lunedì di SAP e nessuna chiamata. Martedì di SAP e nulla. Mercoledì, giovedì e venerdì di SAP. E tutto tace.
L'acqua scorre e il cuore dimentica. Fanculo SAP.
Quando le speranze sembrano svanire. Quando ormai ti sei ressegnata alla dura realtà dei fatti. Quando ormai ti sei abituata alla tua routine quotidiana e ti sei messa il cuore in pace. Proprio in quel momento ricevi una telefonata. Una telefonata per un colloquio. Logicamente la telefonata non ti arriva nelle venti ore che passi in casa a far niente. No. Ti arriva mentre sei in palestra, cosicchè non capisci molto cause la musica in sottofondo e la tua corsa estenuante verso un orizzonte indefinito denominato tapis roulant. Che poi già lo sai il segno del destino che si manifesta effimero nella metafora del tapis roulant. Già lo sai che corri, corri, ma dove vuoi arrivare che tanto rimani fermo. E allora rispondi al telefono con il fiatone, cercando il più possibile di fare la Gnorry. "Sì, buongiorno mi dica?" E intanto dentro i tuoi polmoni gridano aiuto. Se per pura fortuna non sei in palestra, la telefonata la ricevi mentre sei in metropolitana, con il rumore assordante del treno sulle rotaie. Rispondi sempre con nonchalance. "Sì, buongiorno mi dica?". In un batter d'occhio, senza capirci una mazza ti dicono da quale azienda ti chiamano, per quale posizione e poi a bruciapelo ti chiedono se hai mandato un curriculum per quella posizione. Per prima cosa tra te e te, ti dici che certo, se hanno ricevuto il curriculum da me qualcosa vorrà pur dire o no? Anime pie che consegnano il mio cv ad hoc su un campione predefinito di aziende nel territorio lombardo ancora non ne ho conosciute. Seconda cosa non hai capito da che azienda ti stanno chiamando, ma poco importa perchè anche se l'avessi capito, non mi ricorderei neanche quando ho inviato il cv e per quale posizione. La mia mail dei messaggi inviati straborda di nominativi di aziende di tutto il territorio milanese. Ma poichè mentire è diventato il mio unico mestiere rispondo "Sì certo mi dica". A quel punto mi viene detto se sono disponibile a fare un colloquio per uno stage nell'area comunicazione. Ah già dimenticavo che ho ripreso in considerazione l'opportunità di fare stage. Ma certo che sono disponibile. Non sento una mazza perchè siamo appena arrivati alla fermata della metro e fiotti di gente entra ed esce dal vagone. Le porte si richiudono male. Ad una signora è rimasto mezzo braccio incastrato e tutti urlano a destra e manca. Ma sì sì sono disponibile. Dall'altra parte del telefono l'anima pia delle risorse umane capisce la situazione. Mi manderà una mail con tutti i dettagli. Bene così almeno avrò modo di capire che azienda è.
A questo punto inizia una fase di fibrillazione che ti porterai dietro fino alla fine del colloquio e che ricomparirà nella settimana successiva, quella in cui dovrebbero farti sapere qualcosa. Dovrebbero. Nella prima fase di fibrillazione, già ti stai vedendo davanti alla scrivania della suddetta azienda, presa dal lavoro da svolgere. Ti vedi già a fine mese con una piccola retribuzione in mano. Sì è uno stage e ti pagano una miseria, ma almeno qualche soldo nel portafogli entra. E allora nella tua mente hai già speso tutto. Anche lo stipendio dei mesi successivi. In questa fase di fibrillazione ti fai viaggi mentali su come si svolgerà il colloquio. Già immagini le frasi che dirai. E quelle che diranno loro. Già ti prepari le risposte. Dai Chiara, ce la puoi fare. Perchè non potresti? Basta pessimismo. Ricomincia una nuova epoca. Ce la puoi fare.
Arriva il giorno del colloquio. Ti prepari per filo e per segno. Ti viene in mente che neanche alla tua laurea sei stata così agitata, che probabilmente stai investendo troppe speranze. Macchissenefrega. Spero di essere presa. Che male c'è. Opto per un look sobrio ed elegante. Mi dà qualche anno in più. Dato che sembro una diciottenne allo sbaraglio, con qualche anno in più arriverei a ventiquattro anni. Io ne ho ventisei. Ci può stare. Raccolgo i capelli per guadagnare un altro anno. Bene. Ci siamo. Sono pronta. Sono pronta per arrivare con trequarti d'ora d'anticipo ed aspettare in mezzo alla strada. Raggiunto il quarto d'ora d'anticipo mi presento alla reception. E' arrivato il momento. Dai Chiara. Ce la puoi fare.
Arriva il momento del colloquio. Compilo un questionario che ormai conosco a memoria con tutti i miei dati, le mie esperienze lavorative, ecc ecc. Ed iniziano le domande. Comincio anch'io con le risposte. Non c'è male, me la sto cavando. Tra le mani tengo una Bic blu. Infilo il cappuccio e tolgo il cappuccio. Alla velocità della luce. Neanche me ne accorgo. Neanche me ne accorgo e la bic fa un doppio salto carpiato e finisce a gambe unite alla mia destra sulla moquette marrone. A questo punto i giudici dovrebbero dare un 10 all'esibizione della penna. Mai visto niente del genere signore e signori. Eppure il gesto passa inosservato. Così pare. Continuano le domande. E continuano le risposte. Finchè arriva il momento clou. Quello del rullo di tamburi.
Mi viene chiesto "Ma tre stage non saranno troppi?". E a questo punto il mio cervello inizia ad elaborare una griglia di risposte multiple stile chi vuol essere milionario.
Risposta A del cervello: "Guardi se prova a leggere meglio il cv gli stage sono cinque".
Risposta B del cervello: "Se sapete offrire solo stage in queste aziende di merda io cosa ci posso fare?"
Risposta C del cervello: "Mi offra un contratto e stia sicuro che non rifiuterò"
Risposta D del cervello: "Questa se la poteva anche risparmiare"
Quale risposta avrò mai dato? Poichè dovreste conoscermi, dovreste anche sapere che io e il mio cervello siamo due cose a noi stanti. Quindi ho risposto in questo modo: "D'altronde se voglio raggiungere il mio obiettivo e riuscire in tutto ciò in cui credo questo è il prezzo da pagare. Ed un altro stage lo faccio. Volentieri". Snobbista schifoso.
Il colloquio continua. E termina con la delucidazione del fatto che se dovessi passare allo step successivo dovrei incontrare il responsabile comunicazione.
Dopo qualche giorno. Appena iniziata la seconda fase di fibrillazione ricevo la telefonata. Sono passata allo step successivo. Ho il colloquio con il responsabile. Appuntamento alle ore dieci. Arrivo alle nove e quindici. Perchè smentirmi. Rimango mezz'ora per la strada a passare il tempo. A parlare con qualche piccione. Poi mi ripresento alla reception. Vengo fatta accomodare in una saletta spoglia. Ci siamo solo io, tre poltrone, una scrivania ed un telefono. Entra la tizia delle risorse umane dicendomi che dovrò attendere un quarto d'ora. Il responsabile è in riunione. Il quarto d'ora si trasforma in mezz'ora, la mezz'ora in tre quarti d'ora, i tre quarti d'ora in un'ora. Dopo un'ora il responsabile si ricorda di me. E arriva. Inizia il colloquio. Inizia l'interrogatorio. Mi tratta da subito come una povera deficiente. Eppure lui non sa niente di quel parcheggio di mesi fa. Mi faccio valere. Non vedo perchè dovrei essere derisa da uno sconosciuto solo perchè è un responsabile. Non sono presuntuosa, faccio semplicemente valere le mie ragioni. Dopo mezz'ora di botta e risposta arriva la sua affermazione "Scusa ma di natura sono abbastanza scorbutico". Non l'avevo notato, azzardo io. Era una prova per vedere se stramazzavo al suolo. Bastardo. Pure questi giochetti. Gli ho tenuto testa, dice che gli fa piacere. Bien. Mi mette nuovamente alla prova. Vinco ancora. A parole sue "ho fatto un'ottima scelta comunicativa". Ringrazio senza scompormi più di tanto. Bastardo penso sempre.
Il colloquio finisce così. Lui mi dice che nella settimana successiva riceverò una telefonata da una madrelingua inglese per vedere il mio livello di lingua straniera. No problem. Baci e abbracci. Ciao è stato un piacere. Te saludi.
La settimana successiva arriva. Arriva il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì. La telefonata no. Grazie della considerazione. Potevate almeno farmi chiamare anche da uno spagnolo per farmi dire che non ero passata. Non ci avrei capito una mazza, ma giusto per essere coerenti.
Con simpatia.
Parliamone. Si dai, perchè non dire che in un anno ho fatto la bellezza di quattro colloqui. Perchè non dire che di questi quattro, me ne fosse andato bene anche solo uno. Perchè non parlare dei miei stupendi quattro colloqui che diverranno favole da raccontare ai miei nipoti tra una quarantina d'anni. Sempre sperando che entro quarantanni io sia riuscita a diventare indipendente, comprarmi una casa, costruire una famiglia e non finire sotto i ponti.
Il primo colloquio è stato il migliore di tutti. Il primo non si scorda mai. Ti lascia un segno nel cuore. C'è mancato poco che fosse rimasto indelebile sulla fiancata della mia stupenda Cinquina bianca.
Già perchè arrivo sul luogo del delitto circa tre quarti d'ora prima del previsto. Tanto per cambiare. Ci arrivo in sella alla mia Cinquina e inizio a cercare parcheggio. Ne trovo uno. In culo al mondo. Vicino alle colonne d'Ercole. Dietro macchine parcheggiate. Sulla sinistra macchine parcheggiate. Sulla destra un muro di cemento. Non mi chiedo per quale strano motivo il parcheggio strabordi e giusto quello spazio sia vuoto. Ingenuamente penso di essere stata fortunata. Ed è su questo punto che mi sbaglio. Proprio questo. Tra me e me penso che tanto ho tempo per fare qualche manovra in più, almeno allento la tensione in vista del colloquio. Inizio una serie di manovre da catalogare nell'insieme più infinito. Prima, retromarcia. Prima, retro. Prima, retro. Prima, retro.
E via dicendo finchè. Finchè non riesco più ad andare nè avanti nè indietro. Mi ritrovo il culo incastrato alla macchina rossa dietro di me. E la fiancata alla bmw blu davanti a me. Non posso più nè scendere nè salire. Nè scendere nè salire. Tiro giù il finestrino per capire meglio la situazione. Vedo il muso della bmw che quasi mi accarezza le gambe. E' teneramente appoggiata alla mia Cinquina. Tra le due intercorre mezzo millimetro di aria. Aria che mi viene a mancare al cervello. Già immagino il bianco della mia Cinquina separato da una luuuunga riga color blu bmw. Già la vedo quella riga. La linea dell'equatore che separa il nord dal sud. L'area del finestrino da quella delle ruote. La mia deficienza dalla mia demenza. Quel che è rimasto del mio cervello, cerca di trovare una soluzione alternativa. Devo rimanere calma non c'è altro da fare. Se continua così lascio la macchina qui e vado al colloquio. Questa posizione è meglio di un antifurto. Invece in lontananza scorgo due omini in giacca e cravatta e valigetta ventiquattrore incorporata. Sono la mia salvezza. Intanto prego che nessuno dei due sia il proprietario della bmw blu e successivamente urlo, con la mia cara vocina che mi accompagnerà per il resto della vita, e chiedo se "Per cortesia potreste aiutarmi a risolvere il macello che ho combinato?". I due mi guardano con aria interrogativa e con l'affermazione "Sei proprio una donna" che aleggia nella loro bocca da automobilisti affermati. Metto subito le cose in chiaro. "Sì lo so, sono una deficiente. Non chiedetemi come ho fatto perchè non ve lo saprei dire". I due con aria divertita, e mossi da autentica compassione iniziano a darmi una serie di consigli. Avrei preferito che guidassero loro. D'altronde l'area del guidatore è bloccata dalla bmw blu. Il Tizio Giacca blu numero 1 mi dice: "Sterza completamente a destra". Il Tizio giacca blu numero 2 mi dice "Sterza completamente a sinistra". In simultanea. Alchè iniziano una lunga discussione di fisica quantistica. Arrivando alla giusta conclusione di quale sia la mano destra e quale la mano sinistra. Entrambi affermano sia opportuno sterzare destra. Chiedo se ne sono sicuri. Mi guardano male. Molto male. Così non penso, non chiedo, ma faccio solo ed esclusivamente quello che mi dicono. Dopo cinque minuti di manovre e di una pezzata epocale, ce l'abbiamo fatta. Champagne!
Ringrazio calorosamente. Mi scuso per la mia deficienza e prego che nessuno dei due sia il responsabile che devo vedere tra meno di un quarto d'ora per il colloquio. Mi allontano da quel parcheggio infernale e vado alla ricerca di un enorme parcheggio senza macchine nè a destra nè a sinistra. Senza colonne d'Ercole. E lo trovo. Vicino solo un albero. Esco dalla macchina scruto la mia Cinquina con ansia. Non c'è traccia della bmw blu. Grazie al cielo. Niente righe. Bianca come il latte. Alzo gli occhi al cielo e ringrazio.
Arrivo alla reception. Viene il tizio della risorse umane con un completo marrone. Faccio un sospiro di sollievo. Mi porta dal responsabile comunicazione. Dice che è una donna. Faccio un altro sospiro di sollievo. Aggiunge che è una tizia molto severa. Neanche fosse la Thatcher (chi troverà mai la citazione?). Quindi si raccomanda di non mostrarmi troppo piena di me ma neanche troppo umile. Grazie rispondo. Ci scommetto che se avessi beccato lui al parcheggio mi avrebbe detto di non sterzare ma di puntare dritto la macchina rossa dietro di me. Ora posso affrontare il colloquio senza pensare ad altro.
Il colloquio è andato come andato. Ero troppo impegnata a non risultare nè umile nè piena di me per fare un buon colloquio. Peccato ci tenevo davvero tanto. Sarebbe stato troppo bello per essere vero. Il lavoro che ho sempre desiderato. Con uno stipendio vero. Con una tredicesima ed una quattordicesima. Peccato. Ho pure messo a repentaglio la vita della mia Cinquina per nulla. Ritorno alla mia macchinina e mi scuso con lei per tutto quello che ha dovuto passare. Mi perdonerà mai?
Dopo il nubifragio che ha coinvolto Milano lo scorso lunedì, la sottoscritta, che non lavora e non avrebbe alcun motivo valido per trovarsi incolonnata alle nove del mattino lungo la Cassanese, per cause di forza maggiore si è ritrovata incolonnata alle nove del mattino lungo la Cassanese ed ha avuto l’enorme fortuna di imboccare una stradina finchè è giunta in prossimità di una rotonda. Una rotonda trasformatasi in una piscina olimpionica. Acqua alta cinquanta centimetri. Onde di fango si infrangevano lungo i margini del simpatico rondò. Mi è sembrato di scorgere un piccolo granchio farmi ciao con la sua chela rossa ma non ne sono tanto sicura. Potrei sbagliarmi. Mi sono fermata ed ho accostato la macchina sul lungomare godendomi il panorama e gabbiani volare e pensando a come cavolo fare per attraversare la riproduzione in scala dell’Oceano Atlantico. Iniziava a prendere forma la convinzione che non avrei mai fatto fare il bagno di fango alla mia Cinquina nonostante siano note le sue proprietà benefiche per la pelle ed esistano fior fiore di Centri Benessere specializzati nel riempirti di fango dalla testa ai piedi. Nel bel mezzo di tali riflessioni si avvicina un enorme SUV grigio che per poco non ho scambiato per uno squalo. Tale SUV abbassa il finestrino. Da tale SUV si affaccia un tale. Una tale faccia da culo da far paura che inveisce contro di noi poveri naufraghi alla deriva. Ed urla con un tono da “sono io il padrone della strada e voi non siete niente”, urla “Allora, cosa state aspettando che si asciughi?”.
No faccia da culo con SUV grigio sto aspettando di vederti annegare.
Il SUV rialza il finestrino e si dirige con fare baldanzoso verso l’Oceano Atlantico. Lo attraversa come un Moscone naviga le acque della riviera adriatica e si allontana mostrandoci il sedere sporco di fango. O chissà mai. Non si sa mai si fosse cagato addosso.
La mia Cinquina ha saggiamente ingranato la retromarcia in compagnia della miriade di altre macchine presenti sul territorio ed ha raggiunto una strada alternativa.
Morale della favola: dimmi che macchina hai e ti dirò chi sei. Buffone.
Ci sono delle cose che entrano nella nostra testa, nelle nostro modo di pensare e di vedere il mondo. Cose che non sappiamo, cose di cui non ce ne rendiamo conto essere assolutamente prive di fondamento. Cose che crediamo essere vere solo perché chi ci sta intorno dice che è così, la televisione dice che è così, anche il piccione viaggiatore ci porta piccoli messaggi con scritto “è così” non ci si può fare niente.
Io che per natura combatto contro i mulini a vento e manca poco per farmi internare vorrei togliermi qualche sassolino dalla scarpa e sostenere alcune mie tesi strampalate.
Punto a) Grasso è bello. No. No no no. Non è così. Per una serie di motivi. Stilisti e televisioni hanno parlato tanto sulla necessità di mettere di non mostrare più modelle semianoressiche e vallette senza forme. Ci hanno convinti di questo. Qualcuno però non li ha avvertiti che essere stramagre con due bocce da quarta abbondante non significa essere grosse. Proprio per niente. Significa soltanto che si è stramagre con due bocce da quarta abbondante. E a te non rimane altro che incazzarti con madre natura per la mancanza di equità. Come se non bastasse, a dimostrare la tua tesi capita una giornata preparata proprio ad hoc che ti permette di attaccarti alle pale dei mulini a vento mentre girano a velocità impressionante. Ti capita di uscire per negozi con una conoscente. Una ragazza di trent’anni alta venti metri più di te, con un figlio di otto mesi. Magra. Con due bocce tante e un ventre strapiatto del tipo ma sto bambino dove lo teneva in gravidanza? Forse aveva una borsa Luis Vuitton molto capiente. Probabile. Ti capita di andare da H&M insieme e di vedere una serie di vestiti alquanto strani che appena vedi fai il segno della croce perché già sai che indossarli significherebbe travestirsi da tubero per carnevale. Poi vedi quella sottospecie di vestiti indossati da lei. Dalla ragazza di trent’anni alta venti metri più di te, con un figlio, magra, ventre piatto e due bocce tante. Quando vedi non credi ai tuoi occhi. Quegli anatroccoli di vestiti sono diventati cigni. Com’è possibile? Solo due minuti fa erano straccetti pronti a pulire i vetri delle finestre. È possibile. Solo se sfati il mito del “Grasso è bello” e ti appelli alla sacrosanta verità del “Altezza mezza bellezza”.
Punto b) Bella la nuova Cinquecento peccato costi troppo per quello che è. Lo sento dire da un anno e sei mesi. Non da chi ha comprato una semplice scatoletta giapponese. No. È un commento riservato ai possessori di Mini e di Ypsilon. Per loro è un must. Come se la loro macchina fosse grande come un Suv ed economica come una scatoletta giapponese. Proprio per niente. Né la Mini né la Ypsilon sono più economiche della mia Cinquecento. Anche gli spazi sono praticamente identici. Con la mia Cinquina faccio comodamente la spesa, ci metto anche le valigie per andare in vacanza. Non ha alcun limite. In più rimane sempre la macchina più bella che esiste. Quando dai parcheggi mi guarda con quegli occhietti tondi che sembrano parlarti vorresti accarezzarla e dirle che le vuoi bene. Quindi signori e signore se sento ancora qualcuno dubitare del valore della nuova Cinquecento gli spacco le braccine. Uomo avvisato mezzo salvato.
Punto c) i pantaloni indossati dalle donne sono il simbolo dell’emancipazione femminile. È vero. Lo ammetto. Anche se. Anche se…pure la macchina a vapore è stata considerata il simbolo dell’innovazione. Duecento anni fa. Sinceramente oggigiorno in giro non vedo nessuno guidare una macchina a vapore. Vedo solo ferri da stiro a vapore. E credo che questo non sia né un grande segno d’innovazione né di emancipazione. Dunque? Dunque la macchina a vapore ha permesso di arrivare a innovazioni molto più grandi così come i pantaloni indossati dalle donne hanno permesso di estendere l’emancipazione femminile all’acquisizione di importanti diritti e alla conquista delle pari opportunità. Ma allora perché noi donne indossiamo ancora tanto i pantaloni? Qualcuno dice che sono più comodi della gonna. Io non penso sia così. La gonna è di gran lunga più comoda del pantaloni e penso che se un uomo provasse il piacere di indossare la gonna per una settimana consecutiva acconsentirebbe alla mia tesi e brucerebbe tutti i pantaloni in suo possesso in nome dell’emancipazione maschile. La gonna, a pari merito con Pompea “non stringe e non stressa”. D’estate è traspirante, d’inverno tonifica i muscoli delle gambe. La gonna ti fa sentire più bella e più donna. Ma allora perché le donne indossano ancora tanto i pantaloni? La risposta è semplice. La depilazione continua è un grande rompimento di palle.
In alcuni comuni ci sono state anche le votazioni per le Comunali. Nel mio Comune è stata una scelta d’obbligo perché il sindaco uscente è miseramente fallito come il passato governo Prodi per colpa di una specie di Mastella dei poveri. Che poi la differenza tra Parlamento e Comune è davvero molto sottile. Le dinamiche sono sempre le stesse. La guerra è sempre agguerrita (non poteva essere altrimenti). La percezione dell’odio tra partiti è accentuata. Le liti sanguinarie le vedi dal vivo e non filtrate dalla televisione. Devo ammettere che mi ha divertito molto vedere i vari candidati sindaci cercare di accaparrarsi voti con il sorriso stampato sul volto. Mi ha fatto abbastanza pena, invece, vedere persone candidate a Consiglieri Comunali iniziare a salutarti e a chiederti come stai quando precedentemente non sapevano neanche il tuo nome, solo per riuscire ad avere il voto di preferenza nella scheda. Tristezza.
Insomma il mio paese era tempestato di cartelloni con le facce dei cinque candidati sindaci. E i relativi slogan. C’era del talento dietro quelle campagne elettorali. Quella che mi ha colpito di più è stata la foto di un candidato in mezzo alla campagna con una camicia bianca intento a rimboccarsi le maniche. Bella. Peccato si trattasse di quella specie di Mastella dei poveri. Forse era una promessa. Si sarebbe impegnato a mandare tutto in malora. Può essere. Poi c’era lo slogan di un candidato donna di giovane età, una fotografia straritoccata al computer e lo slogan “Il Sindaco a cui puoi dare del TU”. Il fatto che poi nella realtà sia un tipo che se la sente solo lei, quello è un piccolo dettaglio a cui il grande esperto di comunicazione che le ha fatto lo slogan non ha proprio pensato. Magari se l’è scritto da sola dato che ha fatto la mia stessa specializzazione di laurea. Non ha imparato molto bene la ragazza. Io invece…
Non solo il paese sembrava lo studio di Art Attack, ma negli ultimi giorni aveva assunto le sembianze di un immenso campo ROM. Camper sparsi ovunque con le gigantografie dei candidati. Di tutti i candidati. Tutti tranne quello di Lega Nord. Per essere in linea con i valori del partito. Mi sembra giusto. La coerenza prima di tutto.
Ci sono stati milioni di tentativi per boicottare un candidato piuttosto che un altro. Volantini diffamatori, passaparola di un passato poco dignitoso, insomma di tutto e di più pur di riuscire ad arrivare all’obiettivo finale. Diventare sindaco del mio bel paesello. Chi avrebbe vinto lo si sapeva dall’inizio. Non per qualcosa semplicemente perché era l’unico partito di destra contro ben quattro partitelli di sinistra. Unirsi sarebbe stato un peccato. Perché vincere quando si può benissimo perdere? Sacrilegio.
Dopo guerre sanguinarie, comizi di piazza, altoparlanti urlanti “Cittadììììni”, e tante belle facce rimesse a nuovo, sono giunti i giorni delle elezioni e quello dello spoglio delle schede. Rappresentanti di lista sparsi ovunque. Appostati in zone più che strategiche della scuola. Sorriso stampato. Consigli su come votare. Ti offrivano il loro braccio per accompagnarti comodamente al seggio in cui avresti dovuto votare. Ed erano felici. Come non mai. Il loro contributo al voto l’avevano svolto. Mancava solo la parte più critica. Quella dello spoglio. La fase più cruda della guerra. Quella in cui si presentano tutti impettiti, vestiti e truccati alla Rambo e la garanzia di scrutare ogni singola scheda con uno speciale laser appositamente brevettato per l’ultimo “Mission Impossible”.
Dopo urla e strappamenti di capelli vari eccoci giunti al verdetto finale. Chi doveva perdere ha perso. Chi doveva vincere ha vinto. Le leggi delle probabilità sono state confermate. Il nuovo sindaco è stato eletto. I perdenti sono tornati a casa con la coda tra le gambe e il nuovo sindaco ha stretto la mano a tutti. Sia ai belli che ai brutti. Dopo anni e anni di giunta comunale palesemente di sinistra si è insidiato un sindaco di Destra. Di Lega Nord per essere precisi. E a questo punto della storia non mi resta che dire…e vissero tutti felici e contenti. Tra ronde cittadine, colpi di cannone e rose canute.
Anche quest’anno non potevano mancare le elezioni. È un appuntamento fisso, guai a mancarlo. Anch’io non potevo mancare. Ho fatto la scrutatrice. Non ho seguito molto la campagna elettorale ma da quel poco che ho visto mi sono fatta qualche idea. Giusta o sbagliata che sia sempre di un’idea si tratta quindi siate clementi e acconsentite insieme a me.
Ho visto Berlusconi bello come il sole, con quella sua lieve abbronzatura perenne, il suo sorriso smagliante e il lupetto nero sotto la giacca nera. L’ho visto impettito ed orgoglioso. L’ho visto sui giornali. Qualche volta sui quotidiani ma soprattutto sulle riviste scandalistiche. Mi piace questo nuovo modo di fare politica. Dopo Clinton con la segretaria e Sarkozy con la bella Carlà non poteva certo mancare il nostro amato premier con la sua “nipotina acquisita” ed altre bellezze della televisione italiana. Mi ci sono appassionata come a CentoVetrine. Guai perdersi una puntata. Guai non vedere come finisce. Guai non dare il tuo contributo all’Happy End: Berlusconi al Parlamento Europeo. Il nesso tra voto politico e scappatella non è molto evidente. D’altronde ho anche difficoltà a trovare quello tra programma politico e telenovela all’italiana. Forse sforzandomi prima o poi lo troverò. Non temete signori e signore.
Ho visto Franceschini. Per par condicio. Mi è piaciuto molto. Sera dopo sera è riuscito ad alimentare il mio odio verso il Berlusca nazionale. Con che foga s’indignava sfogliando le pagine delle riviste scandalistiche. Con quale veemenza denunciava la situazione del Processo Mills. Con che entusiasmo si limitava a dire che il Partito Democratico è bello e buono e il Popolo della Libertà è brutto e cattivo. E cosa potevamo fare noi italiani, votare il brutto e il cattivo? Da quando in qua ci si mette dalla parte dell’antagonista? Mai. Qualche tentennamento l’abbiamo potuto avere solo con Luca Ward in Elisa di Rivombrosa, ma poi quegli occhioni così belli del Conte Ristori ci hanno riportato sulla retta via. Confesso che il nesso tra gli occhioni azzurri di Preziosi e gli occhietti vispi di Franceschini è abbastanza labile. Quasi nullo. Ma sempre occhi sono. Vogliamo metterci a disquisire su questo? E su che cosa altrimenti? Non mi sembra abbia parlato d’altro il leader dell’opposizione.
Ho visto Casini. Quell’uomo per me è una certezza. È la dimostrazione del detto “Tra i due litiganti il terzo gode”. C’è sempre. C’è chi vince, c’è chi perde e c’è Casini. PD e PDL si tiravano i capelli, calci nel sedere, sgambetti e Casini se la rideva comodamente seduto con in mano una confezione di Pop Corn. Questa volta il nesso tra cinema e Casini è alquanto evidente. Lo vedo molto bene come medico ad ER Medici in Prima Linea con un bel camice bianco gridare “Defibrillatoreeeeeeee!”
Ho visto Di Pietro. Buono buono quatto quatto sta trovando la sua identità di partito. La sua isola che non c’è. O l’isola perduta. Quella che gli italiani stanno cercando in mezzo a questo casino di politici. Se non ce la fai più alle telenovele di Berlusconi e ai psicodrammi di Franceschini hai l’alternativa Di Pietro. Un voto una speranza. Il grido dei bambini di Peter Pan “Io ci credo nelle fate” per non far morire la povera Campanellino. Parlando di nessi vedere Di Pietro fare il Pubblico Ministero in un processo contro Capitan Uncino non mi dispiacerebbe.
Poi ho visto altre facce. Qualche comparsata. Ogni anno gente nuova. L’economia deve girare anche in politica. Ho visto un tizio della lista Emma Bonino a Matrix. L’ho visto più volte. Inveiva contro il povero Alessio Vinci. Gli faceva fare la figura dell’inetto. E il buon Vinci taceva. Taceva e sorrideva. Il Tizio gli dava del deficiente e il Vinci incassava. L’ultima ieri sera. Cazzarola Vinci parla, dì qualcosa. Tanto quel posto non rimarrà tuo ancora per molto. Fatti valere almeno tu in nome di tutti gli stagisti del mondo. Dai, dacci una speranza, facci capire che non dobbiamo per forza essere tappetini per riuscire ad ottenere un misero contratto sottopagato.
Questo è tutto ciò che ho visto. Bello o brutto che sia stato mi ha tenuto compagnia in queste lunghe giornate da disoccupata. Il bello è che nessuno dei politici ha mai neanche menzionato la parola “Lavoro”. Meglio così, almeno mi sono distratta dai miei pensieri.
Le uscite con le amiche dovrebbero farti passare una giornata in assoluta spensieratezza ed invece per me sono un vero tormento. Specialmente se queste amiche hanno un lavoro gratificante, che le permetta di fare tante nuove esperienze e di avere uno stipendio più che ottimo. La parola “specialmente” da me inserita all’inizio della precedente frase non è assolutamente sintomo di invidia. Lungi da me essere invidiosa di qualunque mia amica o nemica. La parola “specialmente” è semplicemente il sintomo di una premonizione. Prima di uscire già sai cosa ti aspetta da quella giornata e ti prometti di mettere le cose in chiaro fin dall’inizio. Fin dal saluto. Pensi che le dirai “Ciao bellissima mhua mhua (bacini) come stai? Io bene possiamo non parlare di lavoro oggi? O quantomento del mio inesistente? Grazie cara, lo sai che ti voglio bene” e dopo questa stupenda fase detta tutto d’un fiato improvvisi un sorriso a duecentonovantacinque denti indicatore del tuo stato di felicità nonostante durante il giorno tu non faccia un cazzo a parte vedere Beverly Hills, andare in palestra e fare Sudoku diabolici. E allora, di fronte al tuo stato di felicità disarmante come potrebbe la tua amica solo pensare di trasformare quel sorriso smagliante in una faccia imbronciata per parlare di lavoro?
Cari ragazzi è proprio qui che vi sbagliate. Ed è proprio a questo punto che mi sbaglio anch’io. Perché la mia amica non solo pensa intelligentemente al mio stato di disoccupazione ormai permanente, ma ha addirittura il coraggio di iniziare a parlarne. Dopo saluto e bacini c’è la domanda fatidica “allora novità?” e c’è la mia risposta inequivocabile “No cara, non sono incinta, ti sembro ingrassata?” e la risatina d’accompagnamento. Dai scema, intendevo per il lavoro. Ah, che stupida che sono, non ci avevo proprio pensato. No, niente. Ma ti dispiacerebbe se non ne parlassimo? Non vorrei entrare in uno stato di depressione e rovinarci la giornata insieme. È da tanto che non ci vediamo, cos’hai fatto di bello? Bene Chiara sei stata sincera e delicata fin da subito. Ora ti senti un peso in meno e sei sicura che ti divertirai.
Si Chiara sei sicura. Sicura come la certezza che hai di trovare lavoro. Ovvero inesistente. Perché dopo due rapidi minuti, nonché centoventi inesistenti secondi ecco arrivare la batosta che ti rovinerà irrimediabilmente l’uscita con la tua cara amica. Eccola lì la domanda. Quella che più odi. Quella che le tue orecchie non vorrebbero mai ascoltare. Quella a cui risponderesti come una vecchia comunicazione sociale di pubblicità progresso – mettendoti le mani alle orecchie e blaterando con la bocca “bah bah bah bah bah bah bah” – sì, credo renda l’idea. La domanda è “Ma come è possibile?”. Caspita e dire che in questi mesi non ci ho proprio mai pensato a come sia possibile il fatto che io non trovi ancora uno straccio di lavoro. Che strane coincidenze la vita, ne avevo proprio bisogno di sentirmelo chiedere, giusto per darmi una risposta ad un piccolo perché. Come è possibile che una laurea triennale, una specialistica e un master non siano serviti a un beato nulla. E neanche due anni di duro lavoro quasi completamente a gratis. Come cazzo è possibile? Come è possibile aver mandato non so quanti curricula – diciamo che ormai il mio numero di cellulare è più famoso di quello di Moggi – abbia fatto solamente due miseri colloqui. La risposta quindi nasce molto spontaneamente “Purtroppo non saprei cosa risponderti”. E allora non è che come tutti i normali cristiani iniziate a parlare del tempo, dell’estate che sta arrivando e di tutte le normali stupidaggini di cui due amiche parlano per svagarsi. No, ma va, perché sperare. Il macigno deve anche arrivare dritto dritto sulla tua testa, pronto a spaccarti l’osso del collo e a farti stramazzare al suolo senza pietà. Sì, perché lei non contenta ti dice “Caspita ma io conosco una ragazza che ha trovato uno stage retribuito alla ***** (Azienda multinazionale di beni di lusso) e poi è stata assunta, e un’altra ragazza che è stata assunta alla ***** (nota agenzia di pubblicità).” E la frase non finisce qui. Ora arriva il bello. Rullo di tamburi. “Io credo che tu stia sbagliando criterio di ricerca”. Cosa cosa cosa? Cosa sto sbagliando io? Criterio di ricerca? A parte il fatto che ormai potrei dire che da quando sono a casa ad oggi avrò mandato il curriculum a tutte le aziende presenti sul suolo regionale. A parte questo. Ma vorrei proprio sentirlo qual è il criterio di ricerca giusto. Insegnamelo almeno inizio a lavorare. Preferisco non rispondere. Improvviso una risata isterica. E taccio. Taccio ascoltando un altro assennatissimo consiglio “Dovresti emigrare all’estero, avresti più possibilità, oppure a Roma o da altre parti di Italia. Alla fine chi l’ha detto che dobbiamo essere noi provenienti dal resto dell’Italia a venire a Milano, dovrebbe succedere anche il contrario”. Beh certo. Mi sembra giusto. Il ragionamento non fa una piega. Ci sarà un motivo se da tutta Italia la gente viene a Milano o no? Ma anche Milano ormai è piena e allora perché non facciamo che ognuno se ne resta a casa propria al posto di scambiarci città?
"Son d'accordo con voi,
non esiste una terra
dove non ci son santi né eroi
e se non ci son ladri,
e se non c'è mai la guerra,
forse è proprio l'isola che non c'è
... che non c'è."
"L'Isola che non c'è" di Edoardo Bennato
Entusiasmante e coinvolgente. Solo due parole per descrivere questo musical. Detto da una che non ha mai visto il musical di buon occhio non è male. Saranno state le musiche di Bennato a farmi ritornare bambina o le bacchette magiche a darmi nostalgia. Non si sa.
Un musical adatto a tutti, grandi e bambini. In alcuni tratti ironico al punto giusto. In altri fiabesco. In altri ancora semplicemente divertente. C'è stato un altissimo coinvolgimento del pubblico da parte degli attori nel corso di molte scene. Diciamo che il capo indiano alto circa due metri con tutto il corpo oleato, addominali e bicipiti da farti star male, che mi è passato vicino per raggiungere il palco non mi è proprio dispiaciuto. Ma proprio per nulla. Anche la bacchetta magica ha avuto il suo perchè. Il suo gran perchè. Già la conoscevo dall'anno scorso la famosa bacchetta magica consegnata dalle Pan di stelline prima dello spettacolo per aiutare Peter Pan a salvare Campanellino nel corso della storia. In tema di comunicazione era stata considerata da molti una bella pensata. E così durante lo spettacolo tenevo tra le mani quella simpatica bacchetta e ascoltavo Peter Pan dire "Coraggio, aiutatemi a salvare Campanellino, alzatevi in piedi e gridate tutti Io ci credo nelle fate! Io ci credo nelle fate!". Ho temuto nella morte di Campanellino quando non ho pronunciato la fatidica frase. Ma altri hanno urlato al posto mio e credo che Campanellino se la sia cavata con un pò di cagotto. E che cos'è il cagotto in confronto alla morte?
Gli attori sono stati tutti molto bravi. Capitan Uncino mi è piaciuto particolarmente. Anche Peter Pan e Wendy. Un cast ben scelto. Le canzoni fantastiche. Sarà che Bennato mi è sempre piaciuto.
I significati. Beh di significati se ne potrebbero trovare molti e nessuno. E' una fiaba viviamola per quella che è. Per due ore mi sono sentita in un'altra dimensione. Che non c'è.
Insomma se avessi avuto un bambino l'avrei sicuramente portato a vedere lo spettacolo perchè il teatro ha sempre una magia indescrivibile, perchè le fiabe qualcosa da insegnarti ce l'hanno sempre e poi non so per quale altro motivo. Ho solo pensato che per un bambino sarebbe stata un'esperienza di sicura trasformazione in un piacevole ricordo in futuro.
Dopo mesi e mesi di lunga latitanza eccomi qua a scrivere.
Hai finalmente riparato il computer? Mi chiederete voi con enorme curiosità. No vi rispondo io con grande nonchalance.
Ah, hai comprato un pc nuovo? Mi chiederete voi sempre più appassionati alle mie vicende informatiche. No vi rispondo io con un pizzico di vergogna.
E anticipo tante altre risposte a domande che sicuramente non fareste ma che sono sicura sotto sotto vi incuriosiscono come l'eliminazione di uno di quelli di Amici di Maria de Filippi al serale del mercoledì.
Non ho ancora un benedetto computer per alcuni semplici motivi. Primo fra tutti sono veramente in bolletta, quindi dovrei sperare nella magnanimità dei miei genitori che continuano a mantenermi. Ma mio padre dice di pazientare. Dice che sta aspettando l'occasione giusta per prendere un bel pc degno di essere maneggiato dalla qui presente disoccupata fino a data da destinarsi. E allora io aspetto. Perchè in fondo a cosa lo uso un pc se non per passatempo e per esprimere le mie elevate ed incomprese doti di piccola scrivana fiorentina? Dunque elemosino un'oretta di sana tecnologia alla settimana di qua e di là. In un'ora mica posso fare troppo al computer dunque ho selezionato le priorità e purtroppo il blog è in penultima posizione. L'ultima è tgcom. Sono messa proprio male lo so. Cosa farò mai durante quell'appuntamento settimanale della durata di un'ora senza spazi pubblicitari? La risposta più ovvia non può essere che una. Invio curriculum. Anzi curricula. Come giustamente mi è stato insegnato.
Come avrete capito non ho ancora un benedetto lavoro per alcuni semplici motivi a me ignoti ma che ormai usa definire CRISI. Ho fatto un solo colloquio in tre mesi e come potrete ben immaginare non è andato bene. In realtà era andato bene perchè avevo passato tutti gli step. Tutti tranne l'ultimo. Quello decisivo. Evvai. Questi momenti uso definirli con una sola parola: CRISI. Ma non quella dell'economia. Non quella della curva di un grafico il cui punto minimo arriva dritto dritto al centro della terra. No. La mia crisi. Quella che mia madre ha giustamente portato all'apice pronunciando la seguente frase "Chiara, ma perchè da quel curriculum non togli la laurea specialistica, il master e qualche esperienza lavorativa?". Affermazione interessante. Alla quale sono riuscita a trovare una sola motivazione: CRISI. Non quella finanziaria. Ma quella di mia madre. Che credo si sia aggiunta alla mia.
Quindi cari ragazzi vi lascio con queste righe di CRISI e con un compito per casa da consegnare entro la prossima volta che ritornerò a scrivere. E' un compito per casa a sorpresa perchè non so quando sarà la prossima volta che tornerò a scrivere. Forse quando avrò trovato lavoro. Forse quando avrò comprato un pc nuovo. O forse quando sarò stata in grado di praticare un massaggio cardiaco con successo al mio caro vecchio pc. Non si sa quando. Comunque entro tale data chiedetevi perchè cazzo non trovo un misero lavoro. Ricordatevi che CRISI è la risposta sbagliata. Sempre.